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Se l’Ottocento è il secolo del romanzo, la fine del secolo è la stagione d’oro del racconto. Barbey, Villiers, Bloy, Mirbeau, Lorrain, Mendès, Beaubourg, Richepin, Laforest, Danville… quasi tutti gli scrittori si misurano con la forma breve. Confrontandosi con il giornalismo scandalistico, la cronaca giudiziaria, la medicina legale, inaugurano un genere di racconto che può definirsi crudele innanzi tutto perché tratta di delitti, ossessioni, crudeltà. Danno voce a ragionamenti aberranti di individui border-line che evocano una realtà sociale costituita da casi, nella triplice accezione di casi medici, giudiziari e giornalistici: quelli studiati da Lombroso, Charcot, Krafft-Ebing e quelli su cui erano sempre puntati i riflettori del «Petit journal». L’intento di questi racconti non è solo quello di rappresentare, quanto quello di colpire il lettore. Giocano la partita dei sentimenti forti. Vogliono provocare, indignare, eccitare: suscitare la paura, il riso, lo scandalo. È in questa funzione, retorica e non mimetica, che va ricercata la fonte principale della loro crudeltà.
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| Nel corso dei secoli tanto la letteratura quanto l'iconografia ci hanno consegnato un'immagine di Giovanna d'Arco quale un mirabile entre-deux, enigmatica e inafferrabile. Costantemente in fuga da se stessa, viene imprigionata di volta in volta nelle sembianze di molteplici doppi, da Debora a Giuditta, da Pentesilea ad Antigone, da Gilles de Rais a Santa Teresa... Mistica guerriera, trasversale alle età, Giovanna d'Arco appare come l'inesauribile reincarnazione di quei valori, da sempre al centro della tradizione occidentale. |
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| La moda nel corso dell’Ottocento subisce una trasformazione radicale adeguandosi alle esigenze e all’ideologia del mondo borghese che aspira ad una sua teatralizzazione. Nasce così un ripensamento del ruolo e dei riti della moda che comporta anche un approccio metadiscorsivo testimoniato dal saggio di T. Gautier De la mode qui riportato. In questa prospettiva si è privilegiata la figura del velo come particolarmente emblematica di una cultura che fa della liminarità uno dei suoi aspetti più affascinanti e problematici, zona di confine tra interno e esterno, corpo e società. |
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| Il libro che uccide prende spunto da alcuni racconti dell’Ottocento francese, riportati nel testo (Le Bibliomane di Charles Nodier, Bibliomanie di Gustave Flaubert, La fausse Esther di Pierre Louÿs) per svolgere una riflessione sulla bibliomania come passione divorante, spinta fino all’assassinio e sugli “effetti di scrittura”, che possono produrre effetti non meno devastanti. Agli esordi dell’editoria di massa l’intellettuale, perplesso, dà forma attraverso la figura “arcaica” del bibliomane alle proprie inquietudini. |
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| Il Settecento è il secolo in cui l’individuo moderno – autonomo, capace di darsi da sé le proprie leggi – fa la sua comparsa in letteratura. E’ anche il secolo che ha più creduto nell’educazione, nell’attività formatrice della filosofia, nel filtro acculturante della sociabilité. Da questo problematico intreccio tra l’irriducibilità dell’esperienza e la necessità di formazione, trae origine la proliferazione di manipolatori romanzeschi (pedagoghi, libertini, pigmalioni, cospiratori) attraverso cui la letteratura riesce ad articolare fiducia e inquietudine, investimento e demistificazione, sperimentando la possibiltà di conciliare libertà e costrizione, felicità privata e pubblica – o dichiarando impossibili entrambe le cose. |
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| Promosso dal Seminario di Filologia Francese e ospitato dalla sezione di Letteratura Francese della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Bergamo, il convegno sul “Testo crudele” (10-11 febbraio 2005), si è proposto di interrogare non tanto la crudeltà come tema, quanto le ragioni della crudeltà assunta come condizione della comunicazione artistica. I diversi interventi, riuniti nel presente volume, hanno così finito con il delineare una geografia di questo specifico universo, spiegando le ragioni e le modalità, le metamorfosi e le tensioni di una cultura di cui la modernità si fa depositaria: da Baudelaire a Bataille a Leiris fino ai nostri giorni. |
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Joséphin Péladan
(1858-1918) è una delle figure più singolari del Decadentismo francese. Nella
sua vastissima opera, nello stretto connubio tra arte e vita, la continua messa
in scena di sé, metamorfica ed estetizzante, si intreccia con una peculiare concezione
della magia incarnata dal mago Mérodack. Solipsismo, sublimazione, controllo
del desiderio e delle passioni, sacralità, sono alcuni degli imperativi in cui
si declina l’estetica del magico proposta dall’autore, in cui confluisce anche
il dibattito dell’epoca, filosofico nonché medico, sulla volontà. La componente
fortemente elitista ed antidemocratica che presiede all’elaborazione di questo
immaginario e che si esplicita, inoltre, nella costituzione dell’Ordine della
Rosa+Croce del Tempio e del Graal nel 1890, colloca Péladan al centro di quella
particolare temperie culturale che troverà nell’ideologia della destra il
proprio approdo. In questo contesto, tra seduzione e manipolazione, il
personaggio del mago non appare più solo come figura della volontà, per
assurgere piuttosto a figura del potere, contenendo in nuce gli scenari inquietanti della storia del Novecento.
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| L’esperienza del negativo inaugurata da Chateaubriand si prolunga lungo l’intero XIX secolo, con i contributi significativi di Gautier, Nerval, Hugo, Baudelaire, Mallarmé, Huysmans, mediante una sensibilità che si concretizza a livello linguistico in una serie di stilemi atti a tradurre l’assenza, il lutto, il nulla, conferendo loro una valenza sintattica e semantica positiva. Il saggio intende esplorare le modalità enunciative della denegazione mettendo in risalto la novità e la portata simbolica di un’operazione letteraria in aperta antitesi con la tradizione poetica e finalizzata a proteggere la verginità della pagina bianca, il silenzio dell’ombra, l’oblio, l’ineffabile. |
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Le premier tome
des Mémoires d’Étienne-Gaspard
Robertson, publié en 1831, représente un document d’un intérêt extraordinaire.
Tout d’abord pour l’histoire de l’imaginaire, puisque l’on doit à Robertson,
grâce au perfectionnement de la fantasmagorie, la diffusion d’une nouvelle
sensibilité à même de refléter les inquiétudes de son époque. Ensuite, parce
qu’il nous offre le portrait formidable d’un moment particulièrement intense
caractérisé par le renouvellement et les croisements qui s’opérèrent entre les
arts et les sciences à la fin du XVIIIe siècle en Europe. Les résultats de la
science contemporaine, se combinent en effet chez Robertson avec les savoirs
initiatiques de tous ceux qui ont contribué au perfectionnement de la lanterne
magique et qui croyaient et dans la science et dans la magie blanche.
A
partir de l’analyse de la nouvelle technique robertsonienne d’évocation
d’images virtuelles de l’inquiétante étrangeté, Franca Franchi trace une carte
de l’imaginaire littéraire et visuel de la fantasmagorie qui nous permet
d’atteindre le cœur de la modernité.
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| Questa opera testimonia la possibilità di apertura che si offre alla ricerca universitaria nel quadro europeo. Mnémosyne: la mémoire par l’image, è il risultato di una stretta collaborazione fra tre Università, legate da un a convenzione SOCRATES: L’Università di Bergamo, l’Université Lunière Lyon2, l’Université de Haute-Alsace. |
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| Il saggio delinea una geografia della distruzione che, dalla rovina settecentesca, approda ad uno scenario novecentesco interamente consegnato all'informe e ai rifiuti. In un crescendo desacralizzante la rovina cambia di senso, secondo uno sguardo che, non più nostalgico ma furiosamente dissettivo, da Zola a Atget, a Bellmer, a Céline, a Beckett, a Duras privilegia una vera e propria estetica del disfacimento. Un immaginario della distruzione che, mentre mette ossessivamente in scena la fine del mondo, elabora il lutto della memoria. |
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