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QUADERNI CENTRO STUDI SUL TERRITORIO

Il castello di Solza tra memorie colleonesche, conservazione e riuso<br> Titolo Il castello di Solza tra memorie colleonesche, conservazione e riuso
Autore a cura di Juanita Schiavini Trezzi
Anno 2012
ISBN 978-88-6642-059-0
Dati p.80
Collana Quaderni Centro Studi sul Territorio - Quaderni Centro Studi sul Territorio
Prezzo
  •  Libro: 12.00€
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La scelta di incentrare l’attenzione su Solza, il luogo fortificato noto per aver dato i natali a Bartolomeo Colleoni nel 1395, era stata inoltre stimolata dalla felice vicenda del suo recupero, progettato fin dal 1994 e concluso nel 2005 ad opera dell’arch. Gualtiero Oberti. Intrecciando con padronanza della materia ricerche storico-archivistiche ed analisi del manufatto, egli ha affrontato ed efficacemente risolto sia l’aspetto conservativo sia quello innovativo, dando conto di ragioni e modalità operative in diversi interventi editi tra il 2000 e il 2010 ai quali rimandiamo (si veda il contributo di Francesco Rampinelli in questo volume) anche per le importanti riflessioni metodologiche. È parso tuttavia utile ritornare ad occuparsi di un manufatto sfuggito al triste destino della demolizione, dello smantellamento per l’utilizzo come cava di materiali edilizi o del crollo per incuria e al quale un’encomiabile iniziativa comunale ha ridato nuova vita mantenendo però la leggibilità dell’emozionante palinsesto costituito dalle tracce prodotte in funzione dei vari usi susseguitisi nel tempo (torre di avvistamento, ricetto, castrum, residenza, cascinale agricolo). Nel costruire il programma del convegno, si è fatto dunque in modo che a quanto già noto sulle vicende architettoniche del castello si aggiungessero non solo inediti studi sul suo contesto territoriale e sulla chiesa castellana ma anche significativi approfondimenti sulle relazioni della famiglia Colleoni con Solza e il territorio circostante e sulla biografia del suo più celebre esponente per concludere poi con un dibattito sul tema “conservazione-riuso-valorizzazione” sviluppato dai qualificati ospiti della tavola rotonda con vivacità e fondando le proprie riflessioni su un’ampia casistica che da Bergamo ha spinto lo sguardo fino ai castelli della Loira.
Tema particolarmente sentito dall’Istituto Italiano dei Castelli, da sempre in prima linea nell’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle autorità sui problemi e le esigenze dell’architettura fortificata quale immenso serbatoio di storia, arte e tradizione, e caro anche all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo, a più riprese promotore e editore di studi sull’argomento: citiamo, tra gli altri, quelli pubblicati nel 1996 nel volume LIX degli Atti e la trilogia Territorio e fortificazioni inserita nella collana dei Quaderni: Territorio e fortificazioni, Confini e difese della Gera d’Adda, Il sistema difensivo di Martinengo, dati alle stampe nel 1999 e nel 2003. Ma tema certamente non estraneo al Centro Studi sul Territorio dell’Università di Bergamo che, sulle orme del suo fondatore prof. Lelio Pagani, del quale ricordiamo in questa sede le originali e dense osservazioni sui rapporti tra territorio, dinamiche dei confini e difese e gli studi su singole emergenze (come Malpaga e San Vigilio), sente vivissimo l’impegno a contribuire perché le intense trasformazioni territoriali e paesaggistiche cui sono sottoposte molte aree della nostra regione non annullino la consapevolezza del valore dei luoghi tra i quali assume significati specifici la presenza delle antiche fortificazioni.
Il castello costituisce infatti un elemento di fortissimo peso nella definizione dell’identità dei luoghi e se da un lato è in grado di attrarre flussi di visitatori “esterni” (fino a subire talvolta forme di vero e proprio “consumo” turistico), dall’altro può svolgere nei confronti dei residenti la preziosa funzione di indurre una maggior consapevolezza dell’appartenenza a una comunità che ha condiviso, con il castello, una lunga storia. Nell’immaginario collettivo esso evoca assalti, tradimenti, celle di tortura, donzelle segregate nella torre, amori clandestini alla Paolo e Francesca, cene sontuose e giullari. Eppure, c’è ben altro! Nel castello hanno trovato spazio momenti apparentemente contradditori: le sue mura sono state elemento di chiusura, separatezza tra il dentro e il fuori, ma anche di ospitalità offrendo rifugio alle popolazioni dei dintorni. Il castello è stato sede di guarnigioni armate e di scontri cruenti ma anche “motore” e luogo di attrazione di vivaci attività economiche; residenza di spietati signorotti alla don Rodrigo ma anche di mecenati di raffinata cultura. Ripensando a questa pluralità di ruoli, funzioni, circostanze storicamente vissute, non sembra poi così fuori luogo che oggi, attorno ai castelli, si sviluppino progetti tanto variegati.
Si va, come è ben noto, dalle rievocazioni storiche in costume alle musiche o al teatro in corte, dalle manifestazioni enogastronomiche alle mostre d’arte o di antiquariato, dalle attività didattiche per scolaresche a convegni, conferenze e tant’altro.
Tra molte ingenuità, ricostruzioni fantasiose e iniziative di maggior spessore culturale, si tratta comunque di eventi in grado di intercettare l’attenzione di un pubblico quanto mai eterogeneo che deve essere guidato al di là della prima, superficiale emozione, a maturare una più approfondita conoscenza del valore del castello nel contesto di quello straordinario patrimonio che sono i beni culturali del nostro Paese.
E se gli interventi statali o regionali non possono che essere auspicabili, è però possibile constatare che l’opera di recupero e di valorizzazione delle architetture fortificate è più concreta ed efficace quando è la comunità locale a prendersene cura: con amore, come si fa con un bene proprio e prezioso. Il ritorno degli investimenti, in termini di crescita culturale di tutti e di educazione dei giovani in particolare (senza dimenticare i vantaggi anche economici legati al riuso degli spazi e al turismo indotto), sarà il miglior premio all’impegno degli amministratori e di quei professionisti che, nell’effettuare le scelte progettuali di restauro, partendo dall’interpretazione del manufatto e del suo contesto sapranno trovare una felice sintesi tra preesistenze, definizione delle funzioni e linguaggio del “nuovo” che si va ad inserire per le necessità dell’uso.
Il riuscito intervento sul castello di Solza conforta ed incoraggia.


Il curatore (già direttore del CST)
Prof. Juanita Schiavini Trezzi



 



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