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RICERCA E STORIA

L'esodo dei profughi giuliano-dalmati<br>attraverso le carte dell'Archivio di Stato di Bergamo<br> Titolo L'esodo dei profughi giuliano-dalmati
attraverso le carte dell'Archivio di Stato di Bergamo
Autore Elisa Cattaneo
Anno 2012
ISBN 978-88-6642-041-5
Dati p. 122
Collana Ricerca e Storia - Ricerca e Storia
Prezzo
  •  Libro: 15.00€
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Durante la seconda guerra mondiale circa 300.000 tra uomini, donne e bambini che vivevano nell’Istria, a Zara, Fiume e Pola furono costretti a fuggire dalle loro case, cercando fortuna in Italia e oltreoceano. Le comunità italiane vennero strappate a forza e quasi integralmente cancellate dai territori dell’Istria e della Dalmazia in cui erano storicamente insediate, in seguito all’instaurazione del nuovo regime nazionalcomunista di Tito e al nuovo dominio jugoslavo. «Per l’esu­le perseguitato che fugge, tutti i mezzi sono buoni: il treno-merci e il carro-agricolo, il piroscafo e il trabaccolo, la fuga notturna attraverso i boschi e la barchetta a remi. I profughi sono affamati, spauriti, disorientati; hanno un povero fagotto sulle spalle e trascinano per mano quasi cinquantamila bambini. Scompaiono silenziosi nelle baracche di legno, negli androni delle caserme abbandonate dai soldati. Sentono il peso e la responsabilità della fuga. Hanno paura. Passano alla periferia della città e si chiudono in un dignitoso riserbo: non portano per le piazze il loro esodo. Forse anche per questo è poco conosciuto»1.
Lo spostamento in massa di tanti italiani risulta essere l’apice di una serie di violenze e migrazioni che hanno attraversato buona parte del Novecento, a partire dalle persecuzioni fasciste e la conseguente emigrazione di decine di migliaia di sloveni e croati fra le due guerre, l’aggressione italiana alla Jugoslavia nel 1941, le annessioni e gli orrori della guerra partigiana e della controguerriglia, e ancora le stragi delle foibe del 1943 e del 1945, la difficile “questione di Trieste”, fino all’ultima ondata migratoria verso l’Australia nell’ultimo periodo degli anni Cinquanta.
Quella dell’esodo e del contesto più generale in cui va inserito è una storia in parte ancora da scrivere, dal momento che per decenni tanto la storiografia che l’opinione pubblica nel nostro Paese hanno mostrato un interesse assai blando per i drammi che coinvolsero la popolazione italiana negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Tutto questo è avvenuto per molteplici ragioni, ma fra di esse una soprattutto è stata posta in luce con un certo clamore nel corso degli ultimi anni, vale a dire l’esistenza di forti interessi politici che per alcuni decenni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale.
Anche la realtà bergamasca è stata interessata dall’arrivo dei profughi giuliano-dalmati. Il mio lavoro è consistito nel ricercare nell’Archivio di Stato di Bergamo, e precisamente nei fondi della Prefettura e dell’Assistenza Post Bellica, più informazioni possibili circa gli esuli in questione. Ne ho ricavato una serie di normative riguardanti la loro assistenza immediata e a posteriori, e un importante elenco nominativo di 1283 profughi che, al loro arrivo in città, si fecero registrare anagraficamente presso la Prefettura, per poter richiedere e ottenere generi di prima necessità, alloggio, lavoro, sussidio e ciò di cui avevano più bisogno.
Arricchita da interviste e fotografie di documenti autentici, la mia ricerca è un auspicio a proseguire la ricostruzione di un pezzo di storia di una parte del popolo italiano, lasciata per molti anni nell’oblio. Una storia di sangue, morti e fughe che, nonostante molti esuli l’abbiano volutamente rimossa, necessita di essere ricordata.

L'autrice


Sono davvero grandi i meriti di questa pubblicazione, a partire da quello di contribuire a rompere il colpevole silenzio che per decenni, e per evidenti ragioni politiche, ha caratterizzato la storiografia e l’informazione giornalistica sulle persecuzioni subite dagli italiani residenti nella regione giuliano-dalmata e, più ancora, sul loro difficile reinserimento in patria.
Affidate al ricordo dei superstiti, quelle vicissitudini parevano non aver lasciato traccia documentaria ma fortunatamente così non era ed ecco che il lavoro di Elisa Cattaneo recupera e valorizza una fonte tanto preziosa quanto inesplorata, l’archivio della Prefettura di Bergamo. Altro non piccolo merito, perché questo studio costituisce un convincente esempio di come gli archivi, ingiustamente percepiti dall’opinione comune come polverosi accumuli di vecchie, inutili carte cui contrapporre la facile e presunta onniscienza di Internet, siano invece depositari di un sapere che va conquistato con qualche fatica ma che si fonda su ben più solide basi: la documentazione coeva agli avvenimenti.
Se le odierne difficoltà economiche e gestionali del sistema italiano dei beni culturali rendono sempre più difficile garantire loro la tutela che meritano, è con qualche orgoglio che possiamo ricordare gli sforzi fatti, insieme al personale dell’Archivio di Stato di Bergamo, per recuperare l’archivio della Prefettura e i numerosi altri che, negli anni Novanta del secolo scorso, giacevano in condizioni ambientali inaccettabili ed erano quotidianamente esposti al rischio di essere dispersi o distrutti. Per completare riordino e inventariazione ci vorrà forse ancora molto tempo ma è fondamentale che quelle carte siano state “salvate” e siano disponibili alla consultazione in modo che le nuove generazioni, se lo vorranno, possano riannodare i fili della loro esistenza “sradicata” con quelli delle generazioni che le hanno precedute. Dialogo, confronto aperto e costruttivo, integrazione, interculturalità, sono parole senza senso se gli interlocutori non hanno chiara coscienza della ricchezza della propria storia (con le sue luci e le sue ombre) e dei valori sui quali è fondata la propria civiltà.
In questa direzione è possibile scorgere un terzo grande merito di chi ha deciso la pubblicazione della tesi di laurea della dott.ssa Cattaneo. È stata colta un’occasione propizia per saldare la memoria dolente degli anziani con l’ansia di sapere dei giovani, almeno di quelli più vigili, aperti, coscienti del fatto che la vita è una cosa seria. La pubblicazione, che costituisce premio ed incoraggiamento per l’impegno di una studentessa che ha avuto il coraggio di affrontare con onestà intellettuale un tema assai spinoso, è al tempo stesso un dono per chi, custode della memoria di dolorose esperienze personali o famigliari, vede finalmente concretizzarsi la speranza che quelle vicende non sprofondino nell’oblio ma, come da tempo e giustamente si afferma a proposito della shoah, siano ricordate perché nulla di simile debba più accadere.

Juanita Schiavini Trezzi
Università degli Studi di Bergamo

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