La scelta di incentrare l’attenzione su Solza, il luogo
fortificato noto per aver dato i natali a Bartolomeo Colleoni nel 1395, era
stata inoltre stimolata dalla felice vicenda del suo recupero, progettato fin
dal 1994 e concluso nel 2005 ad opera dell’arch. Gualtiero Oberti. Intrecciando
con padronanza della materia ricerche storico-archivistiche ed analisi del
manufatto, egli ha affrontato ed efficacemente risolto sia l’aspetto
conservativo sia quello innovativo, dando conto di ragioni e modalità operative
in diversi interventi editi tra il 2000 e il 2010 ai quali rimandiamo (si veda
il contributo di Francesco Rampinelli in questo volume) anche per le importanti
riflessioni metodologiche. È parso tuttavia utile ritornare ad occuparsi di un
manufatto sfuggito al triste destino della demolizione, dello smantellamento
per l’utilizzo come cava di materiali edilizi o del crollo per incuria e al
quale un’encomiabile iniziativa comunale ha ridato nuova vita mantenendo però
la leggibilità dell’emozionante palinsesto costituito dalle tracce prodotte in
funzione dei vari usi susseguitisi nel tempo (torre di avvistamento, ricetto,
castrum, residenza, cascinale agricolo). Nel costruire il programma del convegno, si è fatto dunque
in modo che a quanto già noto sulle vicende architettoniche del castello si
aggiungessero non solo inediti studi sul suo contesto territoriale e sulla
chiesa castellana ma anche significativi approfondimenti sulle relazioni della
famiglia Colleoni con Solza e il territorio circostante e sulla biografia del
suo più celebre esponente per concludere poi con un dibattito sul tema
“conservazione-riuso-valorizzazione” sviluppato dai qualificati ospiti della
tavola rotonda con vivacità e fondando le proprie riflessioni su un’ampia
casistica che da Bergamo ha spinto lo sguardo fino ai castelli della Loira. Tema particolarmente sentito dall’Istituto Italiano dei
Castelli, da sempre in prima linea nell’opera di sensibilizzazione
dell’opinione pubblica e delle autorità sui problemi e le esigenze
dell’architettura fortificata quale immenso serbatoio di storia, arte e
tradizione, e caro anche all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo, a
più riprese promotore e editore di studi sull’argomento: citiamo, tra gli
altri, quelli pubblicati nel 1996 nel volume LIX degli Atti e la trilogia
Territorio e fortificazioni inserita nella collana dei Quaderni: Territorio e fortificazioni, Confini e
difese della Gera d’Adda, Il sistema
difensivo di Martinengo, dati alle stampe nel 1999 e nel 2003. Ma tema
certamente non estraneo al Centro Studi sul Territorio dell’Università di
Bergamo che, sulle orme del suo fondatore prof. Lelio Pagani, del quale
ricordiamo in questa sede le originali e dense osservazioni sui rapporti tra
territorio, dinamiche dei confini e difese e gli studi su singole emergenze
(come Malpaga e San Vigilio), sente vivissimo l’impegno a contribuire perché le
intense trasformazioni territoriali e paesaggistiche cui sono sottoposte molte
aree della nostra regione non annullino la consapevolezza del valore dei luoghi
tra i quali assume significati specifici la presenza delle antiche
fortificazioni. Il castello costituisce infatti un elemento di fortissimo
peso nella definizione dell’identità dei luoghi e se da un lato è in grado di
attrarre flussi di visitatori “esterni” (fino a subire talvolta forme di vero e
proprio “consumo” turistico), dall’altro può svolgere nei confronti dei
residenti la preziosa funzione di indurre una maggior consapevolezza
dell’appartenenza a una comunità che ha condiviso, con il castello, una lunga
storia. Nell’immaginario collettivo esso evoca assalti, tradimenti, celle di
tortura, donzelle segregate nella torre, amori clandestini alla Paolo e Francesca,
cene sontuose e giullari. Eppure, c’è ben altro! Nel castello hanno trovato
spazio momenti apparentemente contradditori: le sue mura sono state elemento di
chiusura, separatezza tra il dentro e il fuori, ma anche di ospitalità offrendo
rifugio alle popolazioni dei dintorni. Il castello è stato sede di guarnigioni
armate e di scontri cruenti ma anche “motore” e luogo di attrazione di vivaci
attività economiche; residenza di spietati signorotti alla don Rodrigo ma anche
di mecenati di raffinata cultura. Ripensando a questa pluralità di ruoli,
funzioni, circostanze storicamente vissute, non sembra poi così fuori luogo che
oggi, attorno ai castelli, si sviluppino progetti tanto variegati. Si va, come è ben noto, dalle rievocazioni storiche in
costume alle musiche o al teatro in corte, dalle manifestazioni
enogastronomiche alle mostre d’arte o di antiquariato, dalle attività
didattiche per scolaresche a convegni, conferenze e tant’altro. Tra molte ingenuità, ricostruzioni fantasiose e iniziative
di maggior spessore culturale, si tratta comunque di eventi in grado di
intercettare l’attenzione di un pubblico quanto mai eterogeneo che deve essere
guidato al di là della prima, superficiale emozione, a maturare una più
approfondita conoscenza del valore del castello nel contesto di quello
straordinario patrimonio che sono i beni culturali del nostro Paese. E se gli interventi statali o regionali non possono che
essere auspicabili, è però possibile constatare che l’opera di recupero e di
valorizzazione delle architetture fortificate è più concreta ed efficace quando
è la comunità locale a prendersene cura: con amore, come si fa con un bene
proprio e prezioso. Il ritorno degli investimenti, in termini di crescita
culturale di tutti e di educazione dei giovani in particolare (senza
dimenticare i vantaggi anche economici legati al riuso degli spazi e al turismo
indotto), sarà il miglior premio all’impegno degli amministratori e di quei
professionisti che, nell’effettuare le scelte progettuali di restauro, partendo
dall’interpretazione del manufatto e del suo contesto sapranno trovare una
felice sintesi tra preesistenze, definizione delle funzioni e linguaggio del
“nuovo” che si va ad inserire per le necessità dell’uso. Il riuscito intervento sul castello di Solza conforta ed
incoraggia.
Il curatore (già direttore del CST) Prof. Juanita Schiavini Trezzi
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