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RICERCA E STORIA

Le rendite del vescovo<br>Tra conservazione e innovazione: i registri dei censi delll'episcopato bergamasco (secoli XIII-XV)<br> Titolo Le rendite del vescovo
Tra conservazione e innovazione: i registri dei censi delll'episcopato bergamasco (secoli XIII-XV)
Autore Francesca Magnoni
Anno 2011
ISBN 978-88-6642-032-3
Dati p. 124
Collana Ricerca e Storia - Ricerca e Storia
Prodotto fuori catalogo. Prego contattare staff

Diplomi imperiali, donazioni, compravendite, permute documentano sin dall’VIII-IX secolo la formazione del grande patrimonio del Vescovo di Bergamo, distribuito in vari luoghi della diocesi. Dopo la trasformazione in signorie, domini territoriali, alla fine del Medioevo fu necessario un grande lavoro negli archivi per ritrovare le carte che attestavano proprietà e diritti del Vescovo, e per riorganizzarne la gestione. Vennero così compilati i registri noti come Censuali. A questo lavoro, compiuto da notai e scribi dell’episcopato, e alla conoscenza di quei registri, ci introduce questo studio, che rappresenta una assoluta novità nel panorama degli studi storici locali.

Dalla prefazione di Andrea Zonca:

Viene presentato in questo volume il risultato della ricerca compiuta da Francesca Magnoni, vincitrice della seconda edizione della Borsa di studio “Avv. Alessandro Cicolari”, istituita dagli eredi e promossa da Archivio Bergamasco. È un lavoro che ben si inserisce nel percorso seguito in oltre trent’anni dal Centro Studi, in quanto è principalmente uno studio volto alla comprensione di una fonte archivistica, e alla sua presentazione al pubblico della ricerca storica locale. Una fonte di cui si è sempre conosciuta l’esistenza, ma che è rimasta quasi del tutto inutilizzata dalla ricerca, sia che fosse rivolta allo studio di singole realtà locali, sia che considerasse la più ampia realtà provinciale. Rimasta inutilizzata forse proprio perché ne mancava un’analisi critica, che partisse dalla ricostruzione della sua genesi e considerasse poi le diverse forme che ha assunto nel corso del tempo, e la varietà dei contenuti presenti. Una varietà espressa anche nei nomi con cui i compilatori designarono i singoli pezzi d’archivio, ma che non ha impedito, tuttavia, che i 31 volumi della serie Censuales (formalizzata con questo nome a metà Ottocento) fossero sempre considerati come un qualcosa di unitario, in quanto comunque documenti della composizione del grande patrimonio del beneficio del vescovo (definita Mensa a partire dal XV secolo) e insieme strumenti della sua concreta amministrazione.
La ricerca di Francesca Magnoni si concentra sui secoli del tardo Medioevo, prendendo in considerazione anche la premessa rappresentata dalla redazione del cosiddetto Rotulum Episcopatus Bergomi, cartulario del 1258, e si soffermando soprattutto sulla fase di metà XIV secolo, in cui si colloca l’opera di ricostruzione dei diritti patrimoniali del vescovo compiuta da notai e scribi della Curia attraverso l’esame di registri di imbreviature notarili dei decenni anteriori, da cui prese avvio la compilazione di registri annuali volti a tener conto della regolare riscossione di fitti e censi. Fitti che possono consistere in somme di denaro o in quote di prodotti agricoli, riscossi su possessi fondiari in forza di investiture di diversa natura: individuali o collettive, a termine o in perpetuo; e censi in cera, generalmente istituiti in relazione alla fondazione o alla consacrazione di chiese nell’ambito della diocesi. Le registrazioni sono disposte principalmente sulla falsariga di quella che nel Rotulum era la suddivisione per curie, cioè i domini territoriali del vescovo, e già questo rimarca un connotato di continuità con quella fonte più antica, anche se ora non si può più parlare di domini signorili, ma solo di possessi fondiari dati in affitto, e di censi riscossi da tempo immemorabile su beni che ormai, di fatto, sono considerati appartenenti a comunità rurali. Oltre a varie zone nei dintorni della Città, i registri contengono dati relativi a Gorle, Gavarno, Almenno con parte della Valle Imagna, a gran parte della Val Seriana, divisa in antico in tre curie, alla Val di Scalve, alla Gera d’Adda, a Levate, a Chiuduno, ed occasionalmente anche ad altre località della Bassa.
Dei dati forniti da questi registri l’autrice dà anche un saggio di elaborazione quantitativa e di analisi delle tipologie censuali, che ci porta nel vivo dei rapporti economici e sociali delle campagne bergamasche del periodo, e insieme fa affiorare, grazie proprio a quei censi in cera, significativi indizi di quella che possiamo definire l’azione pastorale della Chiesa di Bergamo.
Un approfondimento è dedicato poi anche ad un gruppo di tre volumi particolari, redatti a metà del XV secolo durante l’episcopato di Giovanni Barozzi (1449-1465), una figura di grande rilievo nella storia della Chiesa e della comunità bergamasca: un vescovo espressione di quell’aristocrazia veneziana che, dopo la dedizione della Città alla Repubblica di San Marco nel 1428, si era ormai insediata nelle principali sedi di potere, anche al vertice della Chiesa locale. Nella compilazione di questi volumi (i primi identificati espressamente con il riferimento al nome del vescovo in carica) non ci si limitò a riportare i censi di vario genere già registrati in precedenza e ad annotarne la regolare soluzione, ma si diede una descrizione più dettagliata dei beni su cui gravavano, e venne compiuto un ulteriore sforzo di ricerca negli archivi dell’episcopato per identificare altri documenti fondativi di particolari diritti, risalendo a volte a privilegi imperiali dell’XI secolo, magari giunti sino a noi, ma anche ad atti notarili, perlopiù di fine XII-inizio XIII secolo, e di questi documenti si diede spesso una trascrizione completa. Questo lavoro ha permesso così la trasmissione fino a noi di documenti i cui originali sono andati perduti, spesso documenti di particolare interesse proprio perché riferentisi ad una fase storica in cui il vescovo era ancora il signore territoriale di ampie aree del contado.
Il taglio cronologico prevalente sopra evidenziato non ha escluso però dalla considerazione, da parte dell’autrice, i pezzi più recenti della serie, che giunge fino ai primi anni del XIX secolo. È stato così prodotto un vero e proprio inventario archivistico della serie stessa, da cui emerge, anche nella forma concisa di descrizione dei pezzi, l’evolversi della tipologia documentaria. Un inventario che si offre come un nuovo strumento per la ricerca storica locale, che costituirà in futuro il punto di riferimento fondamentale per l’approccio a questa fonte, per un suo utilizzo critico in ricerche che si possono ora auspicare le più diverse quanto ad ambito cronologico, geografico e tematico.






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